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di Enrico Cerni
07 Giugno 2026
dal Sito Web
MEER
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Enrico Cerni
Entusiasta, eclettico, energico, estroverso,
empatico. Manager in una Corporate Academy, formatore,
scrittore per diletto. Le parole sono da sempre il filo
conduttore della sua esistenza: compagne di gioco,
amiche, costanti alleate nello scoprire la bellezza del
transito terrestre. |

Minerva protegge Pace
da Marte
(Pace e
Guerra),
Peter Paul Rubens,
National Gallery,
Londra, UK
Dalla natura all'arte,
dalla
scienza alle relazioni,
un
percorso filosofico
che
propone la pace
come
pratica quotidiana...
Quando interpretiamo la pace come una postura,
allora cambia tutto:
non solo il modo in cui ci sentiamo, ma il
modo in cui esistiamo nel mondo nel tempo del nostro transito
terrestre.
Perché una postura è una forma. E le forme, con
il tempo, orientano il destino. Il tuo, il mio, il nostro, anche
quando crediamo di essere noi a scegliere.
Nella modernità lo sguardo ha imparato a funzionare come uno
strumento. Talvolta guardiamo per usare, per scegliere, per
valutare, per acquistare, per difenderci. Guardiamo come fossimo
guardie e guardiani. Lo sguardo è diventato un organo contrattuale,
la premessa a un contratto.
Persino quando osserviamo una persona, spesso la
guardiamo come un insieme di funzioni:
che cosa può darmi, che cosa può togliermi,
dove mi colloco rispetto a lei.
In questo regime percettivo, la pace non può
nascere, perché la pace richiede uno sguardo che si conceda il lusso
di non trasformare l'altro in un mezzo.
Il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty, esponente
dell'esistenzialismo e della fenomenologia - lo si può definire
così, senza scivolare nel gergo - ha insistito su un punto semplice
e vertiginoso:
percepire non è ricevere passivamente dati,
ma essere già in relazione.
Il mondo si apre davanti a noi come un orizzonte
che ci coinvolge.
Se questo è vero, allora lo stare in pace non
si riduce a un fatto interiore, privato, psicologico, ma diventa
una qualità della relazione.
Chiamiamo pace ciò che accade quando la relazione
non è predatoria, fondata sull'interesse, gestita con gli artigli
della convenienza.
La pace, in altre parole, riguarda il vedere, con occhi aperti, ogni
giorno, senza bias, senza pregiudizi, senza scor
Ma come si diventa etici nel vedere?
Come si smette di appropriarsi?
Come ci si libera dei pensieri energivori e
ruminanti?
Queste le domande che ogni giorno ci scavano
l'anima.
Natura, Arte, Scienza - Tre Scuole
di Pace
C'è un modo di cercare la pace che la rende immediatamente
impossibile:
pretendere che il mondo si metta in ordine
perché noi possiamo finalmente riposare in pace.
È un'aspettativa-trappola.
Perché il mondo non si mette in ordine. Il mondo
procede, pulsa, accade, anche se talvolta vorremmo arrestarlo. Il
mondo evolve di metamorfosi in metamorfosi. Il mondo non è come noi
vorremmo che fosse.
Le persone con le quali ci interfacciamo non sono
come noi vorremmo che fossero. E ricerca della pace, se dipende
dall'ordine esterno, diventa paradossalmente la sua negazione.
La pace che regge, invece, non è un premio della storia. È una
qualità della relazione con la storia. È un'educazione dello sguardo
che permette di stare nel disordine e nel caos senza diventare
disordinati né caotici.
E qui, per noi che ci interroghiamo sul nostro sentiero, avviene un
incontro decisivo:
la contemplazione smette di essere un gesto
"interiore" e torna a essere ciò che era nel suo nucleo
originario - un modo di stare davanti al mondo, in relazione con
il mondo, senza appropriarsene.
Per impararlo, la vita ci offre almeno tre
scuole:
-
la natura
-
l'arte
-
la scienza
Sono tre luoghi in cui la pace viene esercitata
con allenamento quotidiano.
La natura, in primo luogo.
Non è pacifica nel senso sentimentale.
È potente.
È indifferente.
È splendida e spietata.
È contraddittoria.
E proprio per questo, paradossalmente, è una
maestra affidabile:
non ci lusinga.
Non si adatta alle nostre preferenze.
Non si organizza per farci stare bene.
Non ci compiace.
La natura non ci deve nulla.
Eppure, quando sostiamo davvero di fronte alla natura - come
ospiti consapevoli della nostra infinita piccolezza - qualcosa
si riordina dentro di noi, restituendoci l'ovvio che abbiamo
dimenticato:
non siamo la misura di tutto.
Il mare non si scusa se è agitato, ma
continua a produrre onde che si appoggiano sulla battigia del
Lido di Venezia.
Il vento soffia imperterrito a gonfiare le vele.
La luce è alternanza di riflessi e di riflessioni.
Possiamo solo stare, guardare, respirare, accettare di non avere
controllo. E questo, in una cultura che ha trasformato il
controllo in religione, è già una forma di pace:
l'esperienza concreta che il
non-controllo non coincide con la fine del mondo.
E nemmeno con la nostra stessa fine.
Il non-controllo ha a che fare con
l'accettazione dell'incertezza, dello zigzagare, dell'erranza,
dell'impermanenza. La pace, nella contemplazione della natura,
assomiglia a un consenso faticoso alla realtà così come è. È
l'arte di non opporsi inutilmente.
Il che non significa arrendersi, ma significa scegliere con
precisione dove mettere la forza. Significa scegliere con chi
non voler avere nulla a che fare. Significa scegliere la
serenità o, quanto meno, scegliere la ricerca della serenità.
In natura questo gesto è evidente.
Nessun albero "prende" il cielo:
tende verso l'azzurro e verso le nuvole.
Nessuna montagna "possiede" il tempo:
lo subisce, lo porta, lo mostra.
Contemplare la natura, se lo facciamo sul
serio, non è una cartolina; è un addestramento alla
non-proprietà.
E allora la domanda torna:
quanto della nostra violenza nasce dalla
pretesa di possedere ciò che, per natura, è solo
attraversabile?
Lasciar andare è una possibile risposta.
L'arte è la seconda scuola.
Anche qui, la pace è una condizione
d'accesso.
Prima ancora di capire un'opera, prima ancora
di interpretarla, dobbiamo fare una cosa che la nostra epoca ha
disimparato:
dobbiamo concederle tempo.
Un quadro di Peter Bruegel o di
Piet Mondrian, tra i miei artisti preferiti, non si lascia
possedere con uno sguardo rapido.
Una poesia di Franco Arminio non si
lascia ridurre a "messaggio". Una musica composta dall'amico
veneziano fotografo e appassionato di varie forme artistiche non
si lascia trasformare in sottofondo.
L'arte, quando è arte e non decorazione, necessita di tempo per
resistere e per restare. Restare, in un'epoca di continua
trasformazione, è forse uno dei verbi più affini alla pace.
Perché essere in pace significa essere consapevoli della
necessità di restare anche nella perturbazione.
Molte opere d'arte sono, in fondo, questo:
presenze che non si lasciano spiegare del
tutto e restano collegate ai sentimenti.
E in questa inafferrabilità ci allenano alla
pace più difficile:
quella che non coincide con la
comprensione completa.
La pace non coincide con la comprensione
razionale e completa.
"I ragionamenti generano idoli, solo lo
stupore conosce", scriveva San Gregorio di Nissa,
vescovo del IV secolo dopo Cristo, uno dei Padri Cappadoci.
Fare pace significa quindi smettere di punire
il mondo perché non tutto è comprensibile.
La scienza, infine, come terza scuola, sorprende chi la
considera soltanto un dispositivo di dominio. Certo, la scienza
può essere strumentalizzata, può servire alla tecnica, può
diventare potere.
Ma nel suo nucleo più puro - nel gesto che
precede l'applicazione - la scienza è contemplativa.
È una disciplina dell'osservazione. Osservare
vuol dire lasciar parlare il reale prima di parlare noi.
Significa sospendere l'ipotesi, sospendere la conclusione,
sospendere la fretta.
Chi ha esperienza di ricerca sa che molti
errori nascono dall'impazienza:
dal desiderio di trovare subito ciò che
si cerca, dal bisogno di confermare una teoria, dal piacere
di avere ragione.
La scienza combatte proprio questa
impazienza. È un esercizio di umiltà percettiva:
la realtà è, a prescindere da noi.
C'è allora una convergenza silenziosa tra
queste tre scuole.
Natura, arte e scienza, ciascuna a modo suo,
insegnano un'unica cosa: la pace si presenta come sobrietà.
Tutto è e va osservato con modestia, senza
giudizio.
Pace è la capacità di stare davanti
all'essere senza trasformarlo subito in strumento utile ai
nostri scopi.
E se la pace è ospitalità, allora la domanda più
concreta non riguarda i grandi trattati, ma i piccoli confini.
Dove, oggi, stiamo trattando la realtà come
una cosa nostra?
Dove stiamo prendendo ciò che ci attraversa?
Ogni risposta, anche minima, può aprire un varco.
Non garantisce nulla, ma talvolta basta a interrompere il gesto
dell'appropriazione.
E in quella interruzione, forse, c'è già pace.
La Pace in Tempo Reale
C'è un rischio, quando si parla di pace, che diventa oggi
particolarmente insidioso:
pensare che la pace appartenga al passato
delle tradizioni o a un futuro ideale, mentre il presente
sarebbe soltanto il tempo dell'urgenza, della crisi,
dell'inevitabile scontro.
Come se la pace non avesse diritto di
cittadinanza nel tempo che stiamo vivendo.
Come se il mondo contemporaneo fosse troppo
complesso, troppo polarizzato, troppo veloce per consentire
qualsiasi forma di pacificazione che non sia ingenua.
E invece è proprio qui, nel tempo reale,
che la pace è chiamata a mostrarsi per ciò che è davvero:
una competenza collettiva sotto pressione.
La parola pace, in latino pax,
pacis, è un derivato della radice indoeuropea pak-/pag-,
con il significato di 'conficcare', 'piantare'.
Da questa radice sono derivati il verbo latino
pangere e il greco pègnymi, 'conficcare' (anche il
sostantivo italiano palo):
la pace ha il significato di una 'cosa
fissata', 'convenuta tra le parti'.
Le prospettive di pace contemporanee non si
presentano più come grandi narrazioni unificanti.
Non parlano la lingua dei manifesti assoluti.
Assomigliano piuttosto a pratiche diffuse, a tentativi locali, a
esperimenti fragili che raramente fanno notizia.
Sono pace senza retorica.
Pace senza palcoscenico.
Pace che lavora dove il rumore è più forte.
Pace che è anche no contact assoluto e
rigoroso per salvaguardare il rispetto di sé.
Nel mondo contemporaneo, la pace ha smesso di
essere un concetto lineare.
Non è più pensabile come semplice cessazione
delle ostilità.
Sempre più spesso viene descritta come pace
positiva, per usare un'espressione ormai diffusa:
non solo assenza di violenza diretta, ma
presenza di condizioni che rendono la violenza meno probabile.
Giustizia sociale.
Accesso alle risorse.
Riconoscimento delle identità.
Cura delle disuguaglianze.
Valorizzazione delle differenze.
Rispetto (il primo a saltare nel momento in
cui la paura prende il comando delle emozioni).
Ma c'è un passaggio ulteriore che raramente viene
esplorato fino in fondo:
queste condizioni strutturali, pur
necessarie, non funzionano senza una corrispondente
alfabetizzazione interiore.
Le strutture possono arginare, ma non trasformano
da sole.
Senza una cultura della contemplazione, la
pace positiva rischia di diventare un enunciato tecnico, non
un'esperienza vissuta. La pace, oggi, appare ovunque legata alla
qualità dell'attenzione, all'ascolto, alla capacità di considerare
l'alterità degli altri.
C'è poi una prospettiva sempre più centrale:
la pace come relazione con il pianeta.
I movimenti contemporanei soprattutto giovanili
che legano pace, giustizia climatica e cura dell'ecosistema
insistono su un punto decisivo:
non può esserci pace duratura in un mondo
costruito sulla violenza sistemica alla terra.
Qui la pace non è più solo interumana. Diventa
interspecie. Diventa ecologica.
Non si tratta di adottare una nuova ideologia verde, ma di
riconoscere un'evidenza scomoda:
un mondo che tratta il vivente come risorsa
infinita coltiva inevitabilmente relazioni violente anche tra
gli umani.
La pace, allora, è un cambio di paradigma
percettivo:
smettere di vedere il mondo come fondo
disponibile, cominciare a vederlo come tessuto relazionale.
È, ancora una volta, un atto di
non-appropriazione.
È il rispetto per il cibo che si trova nel
piatto di chi ci ospita nella sua casa.
Quando la Pace resta Ferma sotto
il Rumore
Ci sono tempi in cui la parola "pace" sembra quasi indecente. Sono i
nostri tempi.
Tempi in cui il mondo è attraversato da immagini
di città sventrate
in Libano e
in Iran,
in Ucraina e
in Palestina (e in molti luoghi di
cui non siamo nemmeno a conoscenza), di confini che si richiudono
come ferite, di corpi che scompaiono nei bollettini serali con una
rapidità che toglie il respiro.
Tempi, come i nostri,
in cui la guerra non è più un evento lontano
ma una presenza diffusa, quotidiana, vicina, incorporata nel
flusso delle notizie, normalizzata dal ritmo stesso
dell'informazione.
La guerra contemporanea non chiede permesso.
Entra nelle case attraverso gli schermi dei
cellulari, si posa sulle parole, altera il tono delle
conversazioni, modifica le priorità senza dichiararlo.
È una guerra che non conosce più soltanto il
fronte:
si infiltra nella lingua, nel tempo,
nell'immaginario.
Ed è qui che la pace rischia di diventare la
prima vittima, perché viene espulsa dal pensiero.
Perché sembra inadeguata, fuori tempo,
insufficiente di fronte all'orrore. Come se la pace fosse un lusso
da tempi migliori, una parola da rimettere a posto quando tutto sarà
finito. Ma tutto, lo sappiamo, non finisce.
Le guerre contemporanee hanno una caratteristica inquietante:
si svolgono sotto gli occhi del mondo e, allo
stesso tempo, nel suo disinteresse intermittente.
Le guardiamo, le commentiamo, le archiviamo solo
perché non ne siamo direttamente coinvolti. Passano da evento
assoluto a rumore di fondo in pochi cicli di attenzione.
E questo passaggio è già una forma di violenza,
più sottile e forse più pervasiva:
la violenza dell'assuefazione.
Quando la guerra diventa consumo di immagini,
la pace viene fraintesa come distrazione.
Quando il dolore diventa flusso, la
contemplazione viene scambiata per fuga.
Ma contemplare, qui, non significa voltarsi
dall'altra parte.
Significa fare l'unica cosa che impedisce al
disumano di diventare normale:
fermarsi abbastanza da vedere davvero...!
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