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di Lorenzo Maria Pacini
29 Settembre 2026
del Sito Web
Strategic-Culture

© Photo: Public domain
Dal
mito di Europa
alla
doppia identità del Rimland,
dal
Mediterraneo come "cuore del mare"
alla
tradizione messa a tacere di de Gaulle e Dugin,
il
continente deve ricordare
che è nato
da un incontro...
I Greci raccontavano di una giovane donna di nome Europa, figlia di
un re di Tiro, sulla costa dell'attuale Libano.
Una mattina, mentre giocava in riva al mare,
dalle onde emerse un toro bianco. Lei gli salì in groppa e il toro
la portò attraverso le acque fino a Creta. Da lei, dicevano i poeti,
prese nome un intero continente. [1]
Il mito dice più di quanto sembri. Il nome dell'Europa viene
dall'Asia e ha attraversato il Mediterraneo sulla groppa di un dio.
Il nostro continente porta il nome di una straniera, di una
viaggiatrice, di una ragazza dell'altra sponda.
L'Europa è nata da un incontro:
prima di essere un territorio, è stata una
traversata.
Gli europei hanno dimenticato questa storia.
Da ottant'anni si sentono ripetere che l'Europa è
un insieme di istituzioni, un mercato comune, un perimetro di
sicurezza amministrato dall'altra parte dell'oceano; che l'Europa è
semplicemente "l'Occidente".
Molti hanno finito per crederci.
La tesi di queste pagine è un'altra. L'Europa è una civiltà, o più
esattamente molte civiltà sotto uno stesso tetto. E nel Mondo
Multipolare che sta nascendo questa casa non è né una provincia né
una periferia.
Sta al centro della mappa, e il Nuovo Ordine non
sarà compiuto senza di essa.
I. L'ora che viviamo
Qualcosa è finito.
L'Ordine Unipolare sorto dopo il 1991, quello che
Francis Fukuyama si affrettò a chiamare "fine della storia",
[2] si sta disfacendo sotto gli occhi di tutti.
La storia non era finita. Aspettava...
Nuovi centri di gravità sono comparsi in Eurasia, in Asia, in Africa
e in America Latina. Capitali di cui per secoli hanno parlato altri
ora parlano per sé.
Perfino a Washington il tono è cambiato:
la National Security Strategy
americana del 2025 ragiona apertamente di interessi, oneri e
transazioni, e tratta i vecchi impegni multilaterali come costi
da rinegoziare... [3]
Il patrono presenta il conto.
Per l'Europa, dunque, la domanda non è più se il Mondo Multipolare
arriverà. È già qui. La domanda vera è se l'Europa vi entrerà come
soggetto o come oggetto: se scriverà la storia o sarà il luogo in
cui altri scrivono la propria.
Nella Teoria del Mondo Multipolare Aleksandr Dugin
osserva che la maggior parte di chi parla di
Multipolarità non ne possiede
alcuna teoria. [4]
Si immagina un "nucleo" del mondo,
gli Stati Uniti, l'Europa e il blocco
occidentale, circondato da competitori in ascesa. In quel quadro
l'Europa siede al tavolo del vecchio centro, quello in declino.
Quel posto va rifiutato...
L'Europa non è mai stata davvero la
padrona del mondo unipolare; ne è stata il primo protettorato.
Nel suo manuale di geopolitica Dugin scrive che
dopo il 1945 l'Europa occidentale era sotto controllo americano
nella stessa misura in cui l'Europa orientale era sotto controllo
sovietico. [5]
Cambiavano i metodi di governo, non il grado di
dipendenza. Molti europei, da entrambi i lati della Cortina di
ferro, vissero quella divisione come una tragedia, e alcuni
tentarono di spezzarla.
Quando nel 1966 la Francia del generale de
Gaulle lasciò il comando militare integrato della NATO non compì
un atto ostile verso nessuno.
Compì un atto di memoria:
l'Europa ricordava di avere una volontà
propria...
II. Che cos'è l'Europa
Se lo si chiede a Bruxelles,
la risposta riguarderà competenze, direttive
e procedure.
Se lo si chiede a un geografo, arriveranno delle
coordinate:
una penisola delimitata dall'Atlantico, dal
Mediterraneo e dagli Urali.
La prima risposta è una burocrazia, la seconda
una carta senza legenda.
Nessuna delle due spiega perché un pastore
siciliano, un falegname bavarese e un monaco del Monte Athos
appartengano, in un senso profondo, alla stessa storia.
Gli eurasiatisti russi, e Pëtr Savickij più di ogni altro,
amavano dire che l'Europa non è che il "promontorio occidentale"
dell'Eurasia. [6]
Molti analisti occidentali dicono la stessa cosa
con meno affetto:
un piccolo capo attaccato all'Asia.
L'immagine si può accettare.
Ma sui promontori gli uomini hanno sempre
costruito fari.
A Capo Sunio gli Ateniesi innalzarono
il tempio di Poseidone, bianco sopra il mare, perché i naviganti
sapessero dove cominciava la Grecia.
All'estremità della Galizia i Romani
chiamarono un capo Finis Terrae, la fine della terra. Il
promontorio è il punto in cui un continente guarda fuori, dove
la terra parla al mare e al mondo che sta oltre.
La piccolezza dell'Europa sulla carta è sempre
stata la condizione della sua portata.
Dentro questo promontorio non si trova una civiltà sola.
Si trovano almeno quattro grandi assi, in
tensione permanente e feconda.
C'è l'asse mediterraneo: Atene e Roma,
il diritto e la filosofia, Bisanzio e la cristianità latina,
l'umanesimo rinascimentale nato dall'incontro tra la teologia
cristiana e la scienza conservata e sviluppata nel mondo
islamico.
C'è l'asse continentale: il mondo franco e germanico, il
Sacro Romano Impero, l'università medievale, la lunga linea di
pensiero che va da Kant e Hegel fino a Heidegger, il vecchio
sogno di una Mitteleuropa tra l'Atlantico e la steppa.
C'è l'asse orientale: i popoli slavi, il cristianesimo
ortodosso, l'eredità di Bisanzio trasmessa attraverso Kiev e
Mosca, un'Europa pienamente europea e tuttavia diversa dalla
modernità occidentale.
E c'è l'asse settentrionale: i mondi norreno e baltico,
con le loro assemblee, il loro senso del diritto comunitario, la
loro vicinanza alla bellezza aspra della natura.
Dugin, sulla scia di Heidegger,
parla del Dasein dei popoli, il modo particolare in cui
ciascun popolo esiste nel mondo, e del Logos di ogni popolo, ciò che
gli dà vita,
"non semplicemente sul piano biologico, ma su
quello etnosociologico e metafisico". [7]
L'Europa non ha un Logos solo:
ne ha molti...
È sempre stata, in se stessa, un Mondo
Multipolare in miniatura.
È la prima tesi di questo saggio.
La pluralità che oggi l'intero pianeta
reclama, l'Europa la porta già nel proprio corpo.
Non ha bisogno di importare la Multipolarità.
Deve ricordarla...
III. Terra e mare
Per capire perché l'Europa stia al centro bisogna risalire
all'opposizione più antica della geopolitica.
Halford Mackinder la vide, Carl Schmitt
la meditò, Dugin l'ha sistematizzata:
l'opposizione tra la civiltà del Mare e la
civiltà della Terra, tra talassocrazia e tellurocrazia.
[8]
La civiltà del Mare è mobile, mercantile,
individualista, e misura il mondo in rotte, porti e prezzi.
La civiltà della Terra è radicata,
comunitaria, gerarchica, e lo misura in doveri, generazioni e
sacro.
Non si tratta soltanto di categorie militari.
Plasmano il diritto, la religione, la
filosofia, perfino il modo in cui una famiglia siede a tavola la
domenica.
Mackinder collocava l'origine di questa
opposizione nel Mediterraneo, nelle guerre tra Roma e Cartagine.
[9]
Dugin ricorda che in quel momento l'umanità
occidentale si trovò a un bivio:
fondare una civiltà sulla via del mare,
quella di Cartagine, o sulla via della terra, quella di Roma.
Chesterton notò che Cartagine significava
letteralmente "la Città Nuova".
Era una colonia fondata dai mercanti di Tiro e
di Sidone, e lo scrittore inglese la accostava, non
innocentemente, a New York e alla Nuova Zelanda.
Cartagine cadde, scrisse, perché rimase
fedele alla propria filosofia fino all'ultimo, e il suo dio finì
per divorarne i figli. [10]
Nella lettura mackinderiana le
guerre puniche non finiscono mai davvero:
ritornano in ogni epoca sotto nomi nuovi.
[11]
Dove si colloca l'Europa in questa guerra
perenne?
Qui Dugin offre una chiave che considero
decisiva. L'Europa appartiene a quello che i geopolitici chiamano
Rimland, la grande fascia costiera dell'Eurasia, [12]
e il Rimland ha una doppia identità: può servire il Mare o servire
la Terra.
Per questo, scrive Dugin, la storia europea non è
il libero gioco di Stati sovrani che si urtano come atomi, ma,
"un campo unico fatto di onde, generate da
due centri geopolitici opposti; un campo attraversato dai fili
d'oro del destino geopolitico". [13]
Venezia e Genova
hanno solcato tutti i mari; le pianure di Polonia e di
Boemia e le foreste di Germania hanno
radicato i nostri popoli nel suolo.
L'Europa ha nel sangue la nave e l'aratro.
Proprio per questo chiunque abbia voluto dominare
il mondo ha dovuto prima impadronirsi dell'Europa.
In un saggio sul Mediterraneo ho scritto che Roma è, in un certo
senso,
occupata dagli emissari di Cartagine.
[14]
Cartagine si è spostata.
Non siede più sulla sponda africana:
siede oltre l'Atlantico e governa
dall'esterno il nostro mare interno.
Non lo dico per odio
verso "qualcuno".
Lo dico perché,
un popolo che non sa chi governa il suo mare
non può governare il proprio futuro...
IV. Perché l'Europa sta al centro
Resta da mostrare perché l'Europa non sia un polo fra gli altri, di
cui il Mondo Multipolare potrebbe anche fare a meno, ma un
protagonista indispensabile.
Le ragioni sono quattro.
- La prima è geografica, e i
geopolitici del Mare l'hanno capita prima di chiunque altro. La
celebre formula di Mackinder recita:
"Chi governa l'Europa orientale comanda
l'Heartland; chi governa l'Heartland comanda l'Isola-Mondo;
chi governa l'Isola-Mondo comanda il mondo".
L'intera piramide del potere mondiale poggia
su una base europea.
Nicholas Spykman, lo stratega che
preparò il terreno intellettuale della NATO, insisteva, come
nota Dugin, sul peso del fattore intellettuale nel legare
l'Europa occidentale al Nord America. [15]
Avevano compreso che l'Europa si tiene prima
nelle menti e solo dopo sul terreno, e per questo non l'hanno
mai lasciata andare.
Un Mondo Multipolare in cui l'Europa restasse
prigioniera conserverebbe il vecchio ordine unipolare conficcato
nel cuore, proprio sul cardine tra l'Atlantico e l'Eurasia.
- La seconda ragione è storica.
L'Europa ha dato al mondo la grammatica
dell'ordine internazionale moderno. Il sistema westfaliano, nato
nel 1648 alla fine della Guerra dei Trent'anni, riguardava in
origine le sole potenze europee; le colonie, ricorda Dugin,
erano trattate come semplici appendici.
Dall'Europa sono venuti lo Stato sovrano,
l'equilibrio di potenza e anche la pretesa di una civiltà di
essere universale.
Schmitt lo chiamò Jus Publicum Europaeum,
il diritto pubblico europeo che per tre secoli diede alla terra
intera il suo Nomos, il suo ordinamento fondamentale.
[16]
Chi ha scritto la grammatica può riscriverla. La critica
dell'universalismo occidentale non può arrestarsi ai confini
dell'Europa, perché è in Europa che quell'universalismo è nato.
Se l'Europa non supera per prima l'idea che i
propri valori siano la misura dell'umanità intera, la vecchia
pretesa sopravviverà nel suo luogo d'origine, e ogni altra
civiltà dovrà continuare a difendersene.
Solo un'Europa che abbia riscoperto la
propria pluralità può dire al mondo, con autorità: abbiamo
sbagliato a credere che esistesse una sola strada, e siamo i
primi ad abbandonare quell'errore.
Schmitt stesso ne trasse la conseguenza e indicò ai popoli
d'Europa e d'Eurasia quello che chiamava l'imperativo dei grandi
spazi:
il diritto dei popoli a organizzare spazi
ampi e propri contro l'universalismo e l'imperialismo, da
qualunque parte provengano. [17]
Dugin osserva che anche l'Unione
Europea è, in fondo, un grande spazio dallo statuto ancora
incerto. L'Unione è una bozza.
La questione è chi tiene la penna.
- La terza ragione è quella da cui siamo partiti:
l'Europa è già un Mondo Multipolare in miniatura. Per secoli
cattolici e ortodossi, latini e slavi, germanici e mediterranei
hanno imparato, spesso con dolore, a vivere accanto senza
diventare gli uni gli altri. L'Europa sa dall'interno quanto
costa e quanto rende la convivenza con la differenza.
Nessun'altra civiltà ha dovuto apprendere questa lezione tante
volte, attraverso tante guerre e tante riconciliazioni. È
precisamente l'esperienza di cui un Mondo Multipolare ha
bisogno.
- La quarta ragione è la posizione tra
i poli.
L'Europa,
-
tocca l'Atlantico e l'Heartland
eurasiatico
-
attraverso il Mediterraneo tocca l'Africa
e il Medio Oriente
-
attraverso l'Artico, che si apre sotto un
cielo più caldo, toccherà le rotte settentrionali verso
l'Asia
Nella visione sviluppata da Dugin,
Europa e Russia-Eurasia restano due poli distinti,
due soggetti legati da un destino comune dentro il grande spazio
continentale, contigui per geografia e cultura ma indipendenti.
Il geopolitico austriaco Jordis von
Lohausen, che Dugin ha studiato a fondo, si spingeva oltre:
riteneva impensabile il futuro
dell'Europa senza la Russia, e una Russia senza l'Europa
geopoliticamente incompiuta. [18]
So quanto pesino queste parole in anni di guerra
e di diffidenza, e non pretendo che le ferite del nostro continente
siano piccole.
Ma proprio perché i governi hanno smesso di
ascoltarsi, i popoli non devono smettere di parlarsi...
V. La tradizione rimossa
Nulla di tutto questo è un'invenzione.
Si tratta di recuperare una linea di pensiero
che l'Europa ufficiale ha preferito dimenticare.
Dopo la Seconda guerra mondiale, ricorda Dugin,
il pensiero geopolitico europeo si divise in correnti.
Da una parte l'euroatlantismo puro, che
accettava il primato americano come ordine naturale delle cose.
Dall'altra quello che egli chiama
eurocontinentalismo:
la convinzione che l'Europa dovesse
reggersi da sé, con la propria cultura, i propri interessi
economici ed energetici, un proprio sistema di sicurezza.
Charles de Gaulle parlava di un'Europa
dall'Atlantico agli Urali.
Alain de Benoist condensò il sentire di
un'intera generazione nella formula,
"né Occidente né Oriente, ma Europa",
...per aggiungere più tardi che era
preferibile stare con l'Oriente piuttosto che con
l'Occidente. [19]
Si può concordare o dissentire da ciascuno di
questi autori su molti punti:
una tradizione viva è fatta di dispute.
Presi insieme, però, dicono con chiarezza una
cosa.
L'Europa di
Bruxelles e della
NATO
non è l'unica Europa che sia mai stata immaginata.
Ne è sempre esistita un'altra,
continentale, sovrana, radicata nella propria storia e aperta ai
vicini.
Non è mai scomparsa. È stata ridotta al
silenzio...
VI. Il Mare-Cuore
Torniamo al mare che ha dato il nome all'Europa.
Nei documenti della NATO il Mediterraneo è il "fianco sud".
Un fianco è qualcosa che si sorveglia,
il margine del corpo e non il suo cuore.
Per tremila anni, invece, il Mediterraneo è stato
il cuore del Vecchio Mondo, lo spazio in cui Egizi e
Fenici, Greci e Romani, Arabi, Normanni, Veneziani e Ottomani si
sono incontrati, hanno commerciato, si sono combattuti e hanno
imparato gli uni dagli altri.
L'ho definito Mare-Cuore, e ho proposto l'idea di,
un Mediterraneo allargato che si estende
dall'Europa continentale al Medio Oriente, all'Africa
settentrionale e subsahariana, e oltre, verso l'Estremo Oriente.
[20]
Su questo mare ritengo possibile una Pax
Mediterranea:
un'armonia tra le civiltà che da sempre ne
abitano le sponde, una pace tra il Nord Africa e la Mezzaluna
mediorientale, tra l'Europa meridionale e i popoli dei Balcani.
Una pace aperta sull'Oceano Atlantico che non
si lasci governare dalla sua potenza.
Nell'edizione italiana della Teoria del Mondo
Multipolare Giuseppe Marro scrive che,
l'Italia, per la sua naturale proiezione nel
Mediterraneo, è un ponte tra l'Europa occidentale, l'Asia e
l'Africa. [21]
È così...
L'Italia è, o dovrebbe essere, la titolare
naturale di una vocazione strategica nel bacino mediterraneo. Non
per dominare, cosa che la nostra storia ha già pagato, ma per
mediare.
Una penisola protesa in mezzo al mare è una mano
tesa.
VII. La diplomazia dei Logoi
Che cos'è la diplomazia dei popoli?
È ciò che accade quando i popoli si
incontrano senza attendere il permesso delle loro burocrazie.
Una diplomazia dal basso, ma anche dal
profondo:
dalla lingua, dalla memoria, dalla fede,
dal modo in cui un popolo intende la vita e la morte.
Nel pensiero di Dugin, come hanno
sottolineato i suoi interpreti italiani, il dialogo tra le civiltà è
la grande sfida del nostro tempo.
Per affrontarla occorre un'élite di tipo nuovo,
uomini e donne formati all'antropologia culturale e allo studio
delle società arcaiche e tradizionali, capaci di comprendere i
codici di civiltà diverse dalla propria e di muoversi entro una
mappa comune di significati.
In questa visione la diplomazia dovrebbe
occuparsi della circolazione delle idee ancor più che della politica
o dei commerci.
Marro riassume l'idea in una formula
felice:
la diplomazia dovrebbe diventare "una
professione sacra". [22]
Quanto ne siamo lontani.
Oggi la diplomazia è troppo spesso gestione
delle sanzioni, redazione di ultimatum, aritmetica degli
armamenti.
Eppure l'ambasciatore era un tempo colui che
portava la parola di un popolo a un altro, e il suo corpo era
inviolabile perché la parola era sacra...
La diplomazia dei popoli, come la intendo, è una
diplomazia dei Logoi.
Non chiede all'altro di diventare come noi;
gli chiede di essere pienamente se stesso, perché possa avere
luogo un dialogo reale.
Nella Noomachia Dugin descrive il
futuro che auspica con parole che potrebbero valere come programma:
"molte civiltà, molti poli, molti centri,
molti sistemi di valori sullo stesso pianeta e all'interno della
stessa umanità. Molti mondi". [23]
Molti mondi...
Non un mondo
amministrato da una sola capitale,
che parla una sola lingua autorizzata e crede in una sola
verità autorizzata, ma molti mondi, e tra questi un mondo
europeo che abbia ritrovato la propria voce.
VIII. Pensare, ricordare,
incontrarsi
Prima di costruire nuove istituzioni e di firmare nuove alleanze
deve esistere una nuova coscienza.
Ciò che un popolo non riesce a immaginare,
non riesce nemmeno a farlo.
Il primo compito è dunque intellettuale:
rendere pensabile un'Europa Multipolare, e
quindi possibile.
Questo compito ha tre dimensioni.
La prima è pensare.
Cioè costruire una teoria europea della
Multipolarità che attinga all'intera profondità del pensiero
geopolitico del continente, da Ratzel e dalla scuola
continentale fino a Schmitt e alla geopolitica delle civiltà di
Dugin, restando critica, aperta a ogni tradizione e consapevole
dei limiti di ciascuna scuola.
La seconda è ricordare.
Occorre recuperare le tradizioni che il
consenso atlantico ha spinto ai margini:
i pensatori continentali e mediterranei,
i filosofi che hanno resistito all'universalismo liberale,
le voci dell'Europa orientale ridotte due volte al silenzio,
prima dal dominio sovietico e poi dall'egemonia liberale che
gli è succeduta.
La terza è incontrarsi.
Servono luoghi in cui istituzioni, studiosi,
artisti e rappresentanti delle civiltà possano parlarsi da pari:
europei con russi e cinesi, con africani
e latinoamericani, con i popoli del mondo islamico, con
l'India e con il Sud globale.
Non il cortese "dialogo" multiculturale in
cui tutti concordano in anticipo di non dire nulla, ma un
incontro reale tra Logoi diversi, da cui ciascuno esce
trasformato.
In questo lavoro il Mediterraneo occupa un posto
particolare.
Il nostro mare interno deve tornare a essere
visto come crocevia di civiltà e non come zona di gestione esterna,
e la Pax Mediterranea è un orizzonte d'azione concreto:
il laboratorio regionale del
Mondo Multipolare.
Un simile progetto non ha la forma di un partito
né quella di una lobby.
Ha la forma del mito, quella di una traversata:
il viaggio di Europa sul mare ripetuto nel
nostro tempo, l'Europa che esce incontro all'altra sponda e
l'altra sponda che le viene incontro.
È un lavoro che si misura in decenni, non in
anni, e che si compie per una generazione che non si governerà.
Non è una ragione per scoraggiarsi. Le
cattedrali d'Europa furono costruite da uomini che sapevano che
non le avrebbero mai viste finite.
Le costruirono comunque, perché sapevano
per che cosa stavano costruendo.
IX. La traversata
Quando il toro bianco la portò attraverso il mare,
Europa non sapeva dove stesse
andando.
Non sapeva che il suo nome sarebbe stato dato
un giorno a un continente, ai suoi imperi e alle sue cattedrali,
ai suoi crimini e ai suoi santi, ai suoi filosofi e ai suoi
poeti.
Oggi l'Europa sta di nuovo sul bordo dell'acqua.
Alle sue spalle c'è il vecchio mondo che ha
costruito e poi perduto, quello in cui una sola civiltà credeva di
poter parlare a nome dell'umanità intera.
Quel mondo è finito, e non c'è ragione
di rimpiangerlo.
Davanti a lei c'è un mare pieno di altre
sponde, di altri popoli, di altri modi di essere umani.
L'Europa può restare sulla spiaggia, con lo
sguardo fisso sull'Atlantico, in attesa di istruzioni. Oppure può
riprendere la traversata.
Non da conquistatrice, questa volta, né da
missionaria di un modello universale, ma come ciò che era
all'inizio:
una viaggiatrice, un'ospite nei due sensi che
la nostra lingua dà alla parola, una civiltà nata da un
incontro.
Se compirà questa traversata, il Mondo
Multipolare avrà il suo centro mancante:
la civiltà che sa meglio di ogni altra che
cosa significhi vivere con la differenza, perché
lo fa, con il sangue e con il genio, da tremila anni.
L'Europa non è il passato del mondo.
È uno dei suoi futuri, e spetta ai popoli
decidere quale...
Referenze
-
Ovidio, Metamorfosi, II, 833–875; cfr.
anche Mosco, Europa.
-
F. Fukuyama, "The End of History?", The
National Interest, 16 (1989), pp. 3–18; poi Id., La fine
della storia e l'ultimo uomo, Rizzoli, Milano 1992.
-
The White House, National Security
Strategy of the United States of America, Washington D.C.,
dicembre 2025.
-
A. Dugin, Teorija mnogopoljarnogo mira,
Evrazijskoe dviženie, Moskva 2012; ed. ingl.
The Theory of a Multipolar World,
Arktos, London 2020; ed. it. Teoria del Mondo Multipolare, a
cura di G. Marro, AGA, Milano 2019.
La Sovranità nel Mondo Multipolare,
Alexander Dugin. Per i titoli russi si adotta la
traslitterazione scientifica; i nomi degli autori seguono la
forma invalsa in italiano.
-
A. Dugin, Osnovy geopolitiki.
Geopolitičeskoe buduščee Rossii, Arktogeja, Moskva 1997.
-
L'immagine ricorre negli scritti raccolti
in P.N. Savickij, Kontinent Evrazija, Agraf, Moskva 1997.
-
Ibid.
-
C. Schmitt, Land und Meer. Eine
weltgeschichtliche Betrachtung, Reclam, Leipzig 1942; trad.
it. Terra e mare, Adelphi, Milano 2002. Per la
sistematizzazione duginiana: Dugin, Osnovy geopolitiki, cit.
-
H.J. Mackinder, Democratic Ideals and
Reality. A Study in the Politics of Reconstruction,
Constable, London 1919.
-
G.K. Chesterton, The Everlasting Man,
Hodder & Stoughton, London 1925, parte I, cap. VII ("The War
of the Gods and Demons"); trad. it. L'uomo eterno.
-
La lettura è riportata da Dugin, Osnovy
geopolitiki, cit.; il passo mackinderiano corrispondente
resta.
-
N.J. Spykman, The Geography of the Peace,
Harcourt, Brace and Company, New York 1944.
-
Dugin, Osnovy geopolitiki, cit.
-
Cfr. L.M. Pacini, Mediterraneo
multipolare.
-
Mackinder, Democratic Ideals and Reality,
cit.. Su Spykman: N.J. Spykman, America's Strategy in World
Politics. The United States and the Balance of Power,
Harcourt, Brace and Company, New York 1942; e Dugin, Osnovy
geopolitiki, cit.
-
C. Schmitt, Der Nomos der Erde im
Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum, Greven, Köln 1950;
trad. it. Il nomos della terra nel diritto internazionale
dello "jus publicum europaeum", Adelphi, Milano 1991.
-
C. Schmitt, Völkerrechtliche
Großraumordnung mit Interventionsverbot für raumfremde
Mächte, Deutscher Rechtsverlag, Berlin 1939. L'espressione
"imperativo dei grandi spazi" e l'appello ai popoli d'Europa
e d'Eurasia sono riferiti secondo la lettura di Dugin.
-
J. von Lohausen, Mut zur Macht. Denken in
Kontinenten, Vowinckel, Berg am See 1979.
-
Per la seconda affermazione: A. de
Benoist, Europe, Tiers monde, même combat, Robert Laffont,
Paris 1986. Prima occorrenza della formula "né Occidente né
Oriente, ma Europa".
-
Pacini, Mediterraneo multipolare, cit.
-
G. Marro, in Dugin, Teoria del Mondo
Multipolare, ed. it. cit.
-
Ibidem.
-
A. Dugin, Noomachija. Vojny uma,
Akademičeskij proekt, Moskva 2014
|