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Il sogno europeo di un esercito comune,
Nell'immaginario collettivo dei cittadini europei, la difesa europea è un concetto vado, grigio, non definito, che viene evocato dai leader quando c'è bisogno di mostrarsi forti contro il nemico, ma viene poi negato quando c'è bisogno di operare in scenari operativi concreti.
Una sorta di fantasma armato che non trova pace.
Cercheremo di esplorare il castello dove risiede
questo fantasma, per capire se davvero
l'Unione Europea sarà in grado di
sostenere le guerre che vuole combattere.
Il testo istituiva la Comunità Europea di Difesa (CED), prevedeva un esercito europeo con divisa e codice militare comuni, un bilancio unico e un Commissariato sovranazionale competente a decidere della guerra e della pace. Quel trattato non è mai entrato in vigore.
L'Assemblea nazionale della Quarta Repubblica francese, nell'agosto del 1954, ne rinviò la ratifica - tecnicamente senza respingerlo, politicamente seppellendolo.
Che nel 2025 un parlamento europeo si trovi a
discutere la riesumazione di un documento clinicamente morto da
settant'anni è un fatto che merita di essere preso sul serio, non
come curiosità giuridica ma come sintomo.
Questo articolo ricostruisce la parabola del progetto di difesa comune lungo quattro tempi:
...e difende una tesi precisa.
Il disegno di un esercito europeo ha custodito, in ciascuna delle sue stagioni, un nucleo di reale interesse politico:
Ma quel nucleo è rimasto costantemente inattuato, e non per una serie di sfortune contingenti.
È stato disattivato da due condizioni strutturali che ne hanno accompagnato l'intera vicenda, agendo come le due ganasce di una tenaglia.
Le due ganasce non agiscono separatamente.
Si rinforzano: la frammentazione interna rende necessaria la protezione esterna, e la protezione esterna rende superflua - e anzi indesiderabile per il garante - l'unificazione interna.
È dentro questa presa che il progetto di esercito europeo è nato morto nel 1954, ed è dentro la stessa presa che rischia di rinascere morto oggi.
La ricostruzione si appoggia su una letteratura recente che ha riportato la questione al centro del dibattito, e su un raffronto con l'esperienza storica di lungo periodo. Ma la lettura che se ne propone non è quella prevalente.
La storiografia dominante attribuisce i ripetuti fallimenti a un fattore ricorrente e quasi consolatorio: la mancanza di volontà politica. Si dice: se solo gli europei lo volessero davvero, l'esercito comune si farebbe.
Questa spiegazione ha il difetto di tutte le spiegazioni che riducono un fenomeno strutturale a un difetto di carattere. La volontà politica non manca per pigrizia; manca perché il sistema è costruito in modo da non produrla, e da rendere razionale, per ciascun attore, non produrla.
Mostrare questo - che l'impotenza militare
europea non è un incidente ma un esito di sistema - è l'obiettivo
delle pagine che seguono.
Nel marzo 1948 Regno Unito, Francia e i tre paesi del Benelux firmano il Trattato di Bruxelles, primo accordo multilaterale di difesa collettiva del dopoguerra:
Il suo scopo ufficiale era la collaborazione economica e culturale; il suo scopo reale, la difesa.
Ma già la sua genesi rivela la contraddizione che
accompagnerà tutta la vicenda: il patto pensato per contenere
un'eventuale rinascita della minaccia tedesca si trasforma, nel giro
di pochi mesi, nello strumento per riarmare la Germania contro la
minaccia sovietica.
La formula con cui Lord Ismay ne sintetizzò lo scopo - tenere i russi fuori, gli americani dentro e i tedeschi sotto - è più di una battuta.
È la costituzione materiale della sicurezza europea per i settant'anni successivi. Il continente delega la propria difesa a una struttura in cui la potenza decisiva non è europea, e accetta come condizione della propria protezione la rinuncia a una capacità militare autonoma.
Ogni successivo progetto di esercito europeo dovrà fare i conti con questo dato originario:
È in questo quadro che matura la Comunità Europea di Difesa (CED).
L'innesco è la guerra di Corea, scoppiata nel giugno 1950. Washington preme sulla Francia perché la Germania venga riarmata e possa contribuire alla difesa del mondo libero.
Per Parigi la richiesta è un incubo:
Jean Monnet elabora allora una risposta che è insieme geniale e ambigua, e che il presidente del Consiglio René Pleven presenta come propria.
Se la Germania non può avere un esercito nazionale, avrà un esercito europeo:
Il riarmo tedesco viene così reso accettabile
trasformandolo in integrazione europea.
La CED non nasce da un impulso autonomo verso l'unità politica europea, ma come soluzione tecnica a un problema imposto dall'esterno:
Il progetto più ambizioso di sovranazionalizzazione militare mai concepito in Europa è, alla radice, un espediente per gestire una pressione egemonica.
Questo non ne diminuisce il valore - l'idea di un esercito integrato retto da istituzioni democratiche sovranazionali era, e resta, di straordinario interesse - ma ne rivela la fragilità congenita.
Un edificio costituito per assorbire una
pressione esterna dipende, per la propria stabilità, dal persistere
di quella pressione.
Il nucleo di interesse è precisamente questo:
Sotto il profilo teorico, la CED apriva uno spazio concettuale che la scienza politica ha impiegato decenni a nominare:
Ma lo stesso trattato che apriva questo spazio lo richiudeva immediatamente sul versante esterno.
La CED era concepita per operare in stretto coordinamento con la NATO: in caso di aggressione, le forze europee sarebbero passate sotto il comando del SACEUR, il comandante supremo alleato in Europa - cioè, di fatto, sotto comando statunitense.
L'esercito europeo nasceva quindi come pilastro europeo della NATO, non come alternativa ad essa. La sua autonomia era circoscritta al tempo di pace e all'organizzazione; nel momento decisivo - l'uso della forza contro un'aggressione - la catena di comando risaliva a Washington.
Questo è il paradosso costitutivo: il progetto
più avanzato di autonomia militare europea incorporava, come propria
condizione di esistenza, la subordinazione strategica alla potenza
egemone. Non un difetto emendabile, ma il prezzo politico della sua
stessa concepibilità.
Quest'ultima al prezzo di una riforma costituzionale voluta dal governo Adenauer.
L'Italia non si oppose ma ritardò, sperando di usare la ratifica come merce di scambio per ottenere Trieste. A far crollare tutto fu la Francia, il paese che l'aveva proposto.
Nell'agosto 1954 l'Assemblea nazionale approvò
una mozione procedurale che rinviava la ratifica a data
indeterminata, senza mai votare nel merito.
La difesa, si dice, è materia di alta politica; gli Stati non cedono la sovranità militare a entità sovranazionali con la stessa facilità con cui integrano il carbone e l'acciaio.
Egon Bahr riassunse la posizione francese in una formula memorabile:
Nel frattempo la morte di Stalin nel 1953 e il consolidarsi della NATO come struttura di difesa permanente avevano attenuato l'urgenza:
Questa lettura coglie i fattori immediati ma ne manca la logica.
Presentare il fallimento come somma di reticenza nazionale e allentamento della minaccia significa fermarsi alla superficie causale.
La domanda vera è un'altra:
La risposta sta nella tenaglia...
La CED chiedeva agli Stati di cedere la sovranità militare - la più intima delle sovranità - in cambio di un'autonomia strategica che, per costruzione, non avrebbero comunque ottenuto, poiché il comando ultimo restava al SACEUR.
Gli Stati erano cioè invitati a rinunciare a
qualcosa di reale, il controllo nazionale delle proprie forze, per
ottenere qualcosa di fittizio, un'autonomia europea già ipotecata
dall'ancoraggio atlantico. Sul piano del calcolo razionale, il
baratto era svantaggioso.
Finché esisteva una struttura che garantiva la difesa senza chiedere cessioni di sovranità politica - perché la NATO è un'alleanza di Stati sovrani, non una comunità federale - l'esercito europeo diventava un lusso costoso e politicamente oneroso. L'esistenza dell'ombrello americano non fu il contesto neutro entro cui la CED fallì; ne fu la causa.
La ganascia esterna (la disponibilità di una protezione alternativa che non richiedeva integrazione) e la ganascia interna (la riluttanza degli Stati a cedere sovranità) operarono insieme.
Tolta l'una, l'altra sarebbe stata gestibile: se la protezione americana non fosse esistita, la cessione di sovranità sarebbe apparsa un prezzo accettabile per la sicurezza.
Ma l'ombrello c'era, e rendeva la sovranità nazionale un bene che si poteva conservare senza costi apparenti.
Il fallimento della CED non fu un difetto di
volontà: fu la scelta razionale di attori collocati dentro una
struttura che premiava la non-integrazione.
Nel 1955 la Germania entrò nella NATO; con i Trattati di Roma del 1957 l'integrazione europea prese la direzione economica, aggirando la difesa.
La lezione appresa fu quella dello spillover:
Ma la difesa non tracimò mai, perché nessun ombrello americano copriva il mercato del carbone, mentre uno copriva, e continuò a coprire, la sicurezza.
La materia dove la subordinazione esterna era massima fu esattamente quella dove l'integrazione non avvenne.
Non è una coincidenza.
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