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di
Alessandra Cipolloni
a esplorare il cosmo e a trasformare il pianeta, ma continua a vivere secondo ritmi biologici antichi, impressi nel corpo fin dalle origini della specie
Dalle origini africane al linguaggio, dalla neurodiversità alla città moderna: un viaggio nell'evoluzione...
La nostra percezione della diversità umana è spesso ingannata dalle distanze geografiche e dalle differenze culturali che osserviamo in superficie.
Potrebbe apparire del tutto controintuitivo, ma due individui che abitano agli antipodi del globo, ad esempio un cittadino italiano e uno coreano, condividono un patrimonio genetico molto più omogeneo rispetto a due popolazioni africane stanziali, separate magari solo da pochi chilometri.
La spiegazione di questo paradosso risiede nelle origini stesse della specie.
L'Africa è infatti il continente geneticamente
più diversificato proprio perché le popolazioni locali hanno avuto
un lasso di tempo più lungo, di fatto l'intera storia della nostra
specie, per accumulare mutazioni e variazioni nel proprio DNA.
L'umanità, pur nella sua immensa diaspora globale, rimane ancorata alla sua culla comune.
A lungo si è creduto che questa competenza fosse l'unico innesco per il nostro sviluppo, ma indagini più recenti suggeriscono nuove ipotesi.
Ad esempio,
Accanto a questo nutrimento biologico, si fa strada anche una prospettiva legata all'alterazione chimica della coscienza.
Così come la segale cornuta, un fungo dalle potenti proprietà psicotrope capace di indurre forti allucinazioni, era forse impiegata nell'Antichità per scatenare le esperienze mistiche dei misteri eleusini, è plausibile che l'ingestione di funghi allucinogeni da parte dei nostri progenitori abbia agito da catalizzatore per la neuroplasticità.
L'alterazione percettiva avrebbe stimolato un salto cognitivo senza precedenti, gettando le basi per un pensiero di natura astratta e simbolica.
Interrogativo che va di pari passo con la capacità immaginativa e narratologica della specie.
Una delle prospettive più solide è la cosiddetta teoria del pettegolezzo, formulata dall'antropologo ed evoluzionista Robin Dunbar.
Secondo questa visione,
Dall'altro lato, emerge una necessità molto più pragmatica e legata alla sopravvivenza materiale
Sebbene i primi esseri umani anatomicamente moderni siano apparsi circa 195.000 anni fa, il vero salto comportamentale avvenne successivamente, spinto forse da pressioni climatiche che favorirono una vita costiera e il consumo di molluschi.
Questo nuovo stile di vita richiedeva un'attrezzatura sofisticata, con strumenti in osso e corno divisi per funzione.
Insegnare alle nuove generazioni la produzione di manufatti così complessi e precisi sarebbe stato pressoché impossibile senza l'ausilio di una lingua strutturata.
Si ipotizza che una mutazione del gene FOXP2, avvenuta in Africa orientale tra i 100.000 e i 50.000 anni fa, abbia fornito la chiave biologica per questa nuova capacità comunicativa.
Il cervello umano vide lo sviluppo delle aree di
Broca e di Wernicke, deputate rispettivamente alla
percezione cognitiva e alle abilità linguistiche.
Il linguaggio non sarebbe stato quindi un'invenzione culturale, ma il risultato di un aggiornamento biologico che ci ha resi capaci di astrarre la realtà.
Tratti cognitivi che la società contemporanea tende spesso a incasellare e medicalizzare, come le manifestazioni rientranti nello spettro dell'autismo, hanno con ogni probabilità rappresentato una risorsa evolutiva inestimabile per le prime comunità umane:
...avrebbero conferito a questi individui un vantaggio cruciale per l'intero clan:
...garantiva infatti la sopravvivenza collettiva.
La
neurodiversità non rappresentava un
limite, ma una necessaria specializzazione che rendeva il
tessuto intellettuale della tribù incredibilmente resiliente. Mappa della distribuzione geografica degli Aplogruppi del cromosoma Y (i numeri sono gli anni prima del presente) e supposte rotte migratorie secondo l'Ipotesi dell'origine africana, mappa di Maulucioni.
Per decenni, l'archeologia e le scienze sociali hanno proiettato le rigide strutture di genere moderne sul nostro passato nomade, dando per scontato che le armi e gli strumenti letali rinvenuti nelle sepolture appartenessero esclusivamente a individui di sesso maschile.
Tuttavia, una rilettura più libera e rigorosa dei dati sta restituendo una narrazione radicalmente diversa e ricca di sfumature.
Nelle alture andine di
Wilamaya Patjxa, in Perù, una
sepoltura di novemila anni fa ha svelato i resti di
una donna inumata accanto a un formidabile arsenale in pietra,
esplicitamente destinato alla caccia di grossa taglia.
L'analisi globale delle società di foraggiatori contemporanee dimostra che in quasi l'ottanta per cento dei casi studiati le donne partecipano in modo intenzionale, attivo e strategico alla caccia di selvaggina di ogni dimensione.
Le donne Agta delle Filippine, ad esempio, padroneggiano tecniche che variano dall'uso dell'arco a quello del coltello, spesso affiancate da mute di cani per il successo dell'impresa.
Nel bacino del Congo, le donne Aka e Mbuti gestiscono complesse battute di caccia con le reti, dimostrando un'incredibile flessibilità organizzativa che permette loro di portare con sé i propri figli, anche in tenerissima età, durante le spedizioni.
La cura della prole, a lungo teorizzata come un freno biologico che avrebbe relegato le madri alla sola raccolta, si integrava invece perfettamente nel ritmo di una cooperazione totale.
Quando l'uomo ha iniziato a controllare il proprio nutrimento, sono nate le prime strutture gerarchiche.
L'antica orizzontalità si è dispersa lungo i confini tracciati sui primi campi arati, ridefinendo in modo permanente le dinamiche del potere e il senso stesso della subordinazione umana.
Sono state innalzate metropoli sterminate, è
stata sviluppata una geografia antropica di confini che si esaspera
oggi in società iper-connesse, eppure, per quanto la modernità possa
apparire slegata dai suoi albori, l'essere umano rimane ancora oggi
inestricabilmente vincolato ai ritmi della propria biologia
ancestrale, che spesso non riconosce.
Definito dagli studi come una costante di viaggio, nota anche come costante di Marchetti, questo principio evidenzia come l'essere umano assegni un budget temporale estremamente stabile ai propri spostamenti, tollerando fisiologicamente un totale di circa quarantacinque minuti di tragitto al giorno per le proprie commissioni principali.
Ed è proprio questa la verità più sottile sulla nostra complessa evoluzione.
Possediamo la facoltà di coniare mitologie, di studiare l'universo, di raggiungerlo, di toccarlo, di scrutare chimicamente il pensiero umano, ma il respiro della nostra quotidianità è ancora indissolubilmente scandito dal passo dei nostri antenati...
L'umanità, per quanto brami di spingersi
costantemente oltre il confine del proprio sguardo, conserva ancora
intatta la misura originaria del proprio corpo impresso sempre e
solo sulla terra.
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